Sul metodo scientifico

29 November, 2007 – 12:45 am

gg.jpgRiporto un brano tratto da una discussione avuta qualche tempo addietro, sulla definizione di affermazione scientifica (lo stesso passaggio è presente qui). Maurizio voleva dimostrare che per la scienza l’ipotesi dell’aldilà è tanto improbabile:

“L’ipotesi dell’aldilà afferma che la coscienza continua ad esistere dopo la morte. E perché mai la scienza non dovrebbe poter dire nulla in proposito? Risulta che la scienza ha molto da dire in proposito. Oggi sappiamo, dagli studi sulla mente, che la coscienza (cioè la capacità di provare emozioni soggettive) è il prodotto dello scambio di informazione tra i neuroni del cervello. C’è una quantità schiacciante di evidenza che lo dimostra. Ne elenco una parte. Se assumi delle sostanze particolari, puoi alterare il tuo stato di coscienza. Addirittura, se connetti degli elettrodi a parti precise del cervello, lo scienziato può indurre in te delle emozioni ben precise, come l’ilarità. (Il paziente, che è sveglio, si dichiara genuinamente divertito.) Può persino annullare la tua coscienza con la manipolazione giusta sul tuo cervello (ad es. con un anestetico).

La cosa importante, comunque, è che le emozioni (la coscienza) sono il prodotto della computazione effettuata dal cervello. Infatti, cosa fanno gli elettrodi ai neuroni? Un neurone non è altro che un piccolo computer analogico, che calcola una funzione matematica piuttosto semplice. E gli elettrodi non fanno altro che alterare il pattern di segnali elettrochimici con cui i neuroni comunicano. Cioè, in altre parole, alterano la computazione effettuata dai neuroni. E, come risultato, inducono delle emozioni soggettive. Tra le due cose (computazione ed emozione) c’è un nesso di causa ed effetto. E questo è oggi fuor di dubbio tanto quanto la teoria dell’evoluzione.

Tutto ciò è evidenza fortissima contro l’ipotesi del paradiso o ogni forma di aldilà. Perché? Semplicemente, poiché la coscienza è il prodotto della computazione, basta fare due più due e dedurre, con enorme grado di probabilità, che senza computazione non può esistere coscienza. Quando sei morto, non avendo tu un cervello che possa effettuare una computazione, non puoi avere coscienza.”

Bene. Allora abbiamo un’ottima spiegazione del funzionamento del cervello. Segnali elettrochimici che viaggiano in maniera più o meno complessa da un punto all’altro del cervello che sa trattarle opportunamente ed e’ in grado di ottenere risultati più o meno complessi chiamati: sensazioni, sentimenti, pensieri e tutto quanto resta.
A supporto di tale teoria, esistono una quantità di esperimenti -evidenze sperimentali-, ad esempio l’assunzione di certe sostanze o l’applicazione di certi elettrodi che producono delle modificazioni delle facoltà cognitive.

Ma l’aldilà? Cosa c’entrano e dove entrano l’aldilà e il paradiso nella teoria del funzionamento del cervello dell’uomo?
Direi che non centrano nulla e non entrano in nessuna parte della teoria. Il due più due, dato come passaggio di una semplicità estrema, non è un passaggio scientifico.
Non c’è nessuna evidenza -intesa come evidenza sperimentale- che se il cervello funziona nel modo descritto, allora l’aldilà non abbia diritto di cittadinanza in qualche posto e forma nell’universo conosciuto o in qualcuno ancora da conoscere.

Le uniche evidenze scientifiche sono quelle sperimentali.

Ci sarebbe da chiedersi come mai nel costruire una teoria del funzionamento del cervello non si sia sentito il bisogno di introdurre l’aldilà in qualche sua forma? La risposta è che non ci sono fenomeni che ne hanno suggerito l’introduzione e che ad oggi, qualora ci fossero, non si conoscono metodi per poi effettuare degli esperimenti nel campo dell’aldilà.

Cerchiamo di farcene una ragione, esistono dei domini all’interno dei quali la scienza, almeno quella che conosciamo oggi, non può dare risposte. Il che, si noti bene, non vuol dire che altri metodi di interpretazione della realtà le diano, o le diano soddisfacenti.

  1. 24 Responses to “Sul metodo scientifico”

  2. Il punto sarebbe: dato l’attuale comprensione (su base neurologica) che abbiamo del meccanismo della coscienza, quale sarebbe il meccanismo con cui la coscienza potrebbe sopravvivere alla morte del supporto (il cervello) sul quale si esplica?
    Ogni affermazione sulla persistenza della coscienza al cervello non è “avulsa” dalla nostra conoscenza scientifica, ma la contraddice, nel senso letterale di “non è compatibile con”.

    By hronir on Nov 29, 2007

  3. Cerchiamo di farcene una ragione, esistono dei domini all’interno dei quali la scienza, almeno quella che conosciamo oggi, non può dare risposte

    Certo, ma l’ipotesi dell’aldilà non è uno di questi!

    Non capisco cosa non ti convince. Il ragionamento mi sembra lineare. L’ipotesi dell’aldilà afferma che la coscienza (cioè la capacità di “sentire”, di provare “emozioni soggettive”) continua dopo la morte. Questo è fortemente contrario all’evidenza scientifica. Dov’è il problema?

    Ciao

    By Maurizio Colucci on Nov 29, 2007

  4. Il problema c’è. Sta nella non riproducibilità controllata e plurima dell’evento. A meno che - ma allora io difetto di informazione - non esistano casi, e per carità non citatemi “prove” dogmatiche, di testimonianze verificabili e ripetibili dell’esistenza di questo aldilà. Ma ne riparleremo.

    By arouetvoltaire on Nov 29, 2007

  5. @hronir: il punto è che abbiamo una teoria sul funzionamento del cervello e non una teoria sul funzionamento della coscienza. Siamo, per esempio, in grado di determinare il grado di coscienza del resto delle specie viventi con cui dividiamo il pianeta, diciamo almeno di quelle che reputiamo abbiano un cervello?

    E’ vero, “non compatibile con” e’ il massimo che possiamo dire. Ma questo, se mai, fa di noi, al massimo, degli ignoranti.

    @Maurizio: e quali sono queste evidenze scientifiche? Immagino che per coscienza intendiamo anche quella di sé, quella di esistere.
    La coscienza ha forse qualche proprietà in grado di produrre una qualche sorta di modificazione dello spazio? Esiste il concetto di campo di coscienza che ci da modo di verificare quanta e dove è presente, per poter affermare che dopo la morte viene meno oppure no? E se anche si fosse in grado di misurarlo questo campo di coscienza saremmo solo a metà del compito. Potremmo al massimo conoscerne il comportamento in questo mondo. E se non fosse in questo mondo che la coscienza sopravvive ma in un altro, magari con diverse leggi fisiche: l’aldilà? Dove lo troviamo questo aldilà? E’ per noi accessibile? Possiamo fare delle analoghe misurazioni per dedurre le sorti della coscienza?

    Oggi non ci sono evidenze scientifiche -evidenze sperimentali- a favore dell’ipotesi dell’aldilà, come non ci sono a sfavore.
    Anche a me questo ragionamento sembra lineare. Dov’è il problema?

    By NonLineare on Nov 30, 2007

  6. Con il finale di questo articolo, dicendo che la scienza non può verificare l’esistenza o meno dell’Aldilà, tu presumi che abbia provato a verificarlo?
    Ma per effettuare delle verifiche occorre qualcosa di tangibile su cui lavorare. Ora, l’Aldilà non è tangibile, né per gli scienziati, né per gli atei, né per i credenti. Dunque, perché si parla di limiti della scienza, quando è un limite per tutti?
    Piuttosto ci si deve domandare perché i credenti credono e questa domanda ha certamente una risposta scientifica, che si basa sulle analisi psicologiche, sociali e storiche che hanno prodotto le grandi religioni a partire dalle piccole sette.

    By mauro on Nov 30, 2007

  7. @mauro: per quel che conosco, mancano gli strumenti per fare delle verifiche scientifiche. Ritengo ci si sia fermati a questa constatazione.
    Certo che se per definizione l’aldilà non e’ tangibile, abbiamo poco da verificare e il problema non si pone rimanendo al di fuori dell’indagine scientifica.

    Non so se sia un limite per tutti. L’idea di questo post e’ cercare di determinare una linea di confine tra quelle che sono affermazioni scientifiche e quelle che non lo sono.

    Perche’ i credenti credono e’ un’altro problema molto interessante e degno di indagine. Ma e’ un altro problema e non dubito che psicologi e storici abbiano detto la loro.

    Grazie per il contributo.

    By NonLineare on Nov 30, 2007

  8. Molto interessante questo post.

    By DeMoNsSs on Dec 9, 2007

  9. @arouetvoltaire

    Il problema c’è. Sta nella non riproducibilità controllata e plurima dell’evento.

    Con la tua logica, potremmo concludere che non c’è evidenza che l’uomo abbia un antenato comune con la scimmia, o con il cane. Dopo tutto, l’evento non è riproducibile. E, per definizione, nessuno poteva essere lì a controllare di persona!

    Ma, ovviamente, non è necessario essere stati presenti all’epoca, per affermare che l’uomo e la scimmia abbiano antenati comuni. C’è comunque un’evidenza schiacciante per questa tesi. Anche se non avessimo i fossili, avremmo ancora evidenza schiacciante proveniente dalla biologia molecolare e dall’analisi del DNA.

    Insomma, per sostenere che c’è evidenza per una proposizione X, non serve la riproducibilità, e non serve essere stati presenti di persona. Lo stesso vale per l’aldilà. Non serve essere morti (!) per dire che, con enorme probabilità, non esiste l’aldilà. Basta avere evidenza della relazione tra coscienza e cervello. Evidenza che abbiamo ampiamente. Certo non potrò riconoscere mia nonna dopo la morte, per il semplice fatto che non avrò la parte di cervello adibita al riconoscimento dei volti. Certo non potrò ricordare nulla della mia vita dopo la morte, perché le mie memorie sono codificate nelle sinapsi, che non avrò più. E così via per tutte le facoltà che compongono la coscienza.

    Ciao

    By Maurizio Colucci on Dec 11, 2007

  10. @Maurizio

    Secondo principio della dinamica: se spingi abbastanza, vai alla velocità che vuoi.

    Non serve essere morti (!) per dire che, con enorme probabilità, non esiste l’aldilà.
    Non serve provare ad accellerare qualcosa per sapere con enorme probabilità che si può farlo senza limite. A che serve la riproducibilità? Sappiamo già come vanno le cose!

    Se ci fossimo fermati alla “evidente relazione” tra forza e accellerazione…

    Il fatto che non si abbia la possibilità di fare degli esperimenti per confutare una teoria non fornisce un alibi alla teoria rendendola comunque valida, se così fosse, ci crederemmo per fede. Se mai ne riduce il rango ad ipotesi.

    Mi piace pensare (con tutta probabilità sbagliando) che fino a prova contraria, l’attuale conoscenza della relazione tra coscienza e cervello sia piuttosto grossolana e non ci consenta di fare affermazioni così perentorie sulla non esistenza di X o Y se non attraverso un atto di fede non molto diverso da quello che fa chi invece afferma che X o Y esistano.

    Grazie per il contributo.

    By NonLineare on Dec 11, 2007

  11. E, come risultato, inducono delle emozioni soggettive. Tra le due cose (computazione ed emozione) c’è un nesso di causa ed effetto. E questo è oggi fuor di dubbio tanto quanto la teoria dell’evoluzione.
    Tutto ciò è evidenza fortissima contro l’ipotesi del paradiso o ogni forma di aldilà. Perché? Semplicemente, poiché la coscienza è il prodotto della computazione, basta fare due più due e dedurre, con enorme grado di probabilità, che senza computazione non può esistere coscienza.

    Ho letto tutto con molto interesse e da profano, ma la certezza espressa in questo passaggio mi sfugge…
    Perchè si afferma con certezza che uno è la causa e l’altro l’effetto e non viceversa? Perchè prima l’effetto della computazione è l’emozione e poi lo stesso effetto è la coscienza?
    Ma soprattutto, perchè la coscienza è il prodotto della computazione e non possa invece esserne la causa? (pur se non ancora con evidenza scientifica)
    In fondo è altrettanto certo che in una catena di relazioni causa effetto, ciò che è causa è anche effetto di un’altra causa …
    Non potrebbe allora essere: coscienza–> emozione–> computazione–> manifestazione emotiva (o qualcosa del genere)?
    E in ogni caso quali sono le ipotesi che escludono: coscienza –> computazione –> emozione ?

    By sandro on Dec 11, 2007

  12. @sandro

    Nel corso degli ultimi decenni (ma ancora oggi sembra essere così), da quando si è cominciato a studiarlo, il funzionamento del cervello è stato descritto facendo un’analogia con quanto di più complicato (in ambito computazionale) l’uomo conosceva in quel periodo. Oggi sono computer, ma tempo addietro, ad esempio, sono state le vecchie centrali telefoniche elettromagnetiche.

    Secondo questo modello, l’interpretazione del due più due credo sia: se l’hardware cessa di funzionare (perchè si rompe o non viene più alimentato), il software non gira più. La coscienza cessa d’esistere in quanto frutto dell’elaborazione di programmi che girano su un hardware (su un supporto fisico).

    l’ipotesi: “Coscienza –> computazione –> emozione” presupporrebbe un modello più evoluto (che definisca, individui la coscienza e la renda indipendente dalla computazione) rispetto a quello suggerito dall’analogia con il computer.

    Per quanto ne so, non ci sono situazioni che suggeriscono l’introduzione di un modello più evoluto (diciamo diverso), ma soprattutto nel cervello, non nel modello_cervello, nel cervello, non è così chiaro cosa esattamente sia la coscienza.

    By NonLineare on Dec 12, 2007

  13. @NonLineare

    Ti ringrazio della risposta e prendo spunto per un paio di ulteriori considerazioni.

    - in primis, direi che ad oggi siamo su un confine tracciato, su cui la ricerca debba procedere non solo attraverso prove sperimentali con metodi conosciuti ma anche attraverso l’identificazione di “modelli evoluti” e la loro dimostrazione: altrimenti sembra non “ricerca scientifica” ma “contabilità scientifica”

    - e in ogni caso, proseguendo con la metafora del computer come massima analogia per il funzionamento del cervello: se è vero che con la rottura dell’HW anche il SW non gira più, è anche vero che ad oggi sono stati introdotti metodi che consentono (parzialmente o totalmente) il “contatto” e il recupero di dati esistenti su un HW definito rotto… un pò come dire che il cervello non funziona (HW) ma in determinate situazioni è stato possibile contattare il suo vecchio contenuto “coscienza” (dati SW)

    By sandro on Dec 13, 2007

  14. Sandro:

    ovviamente, essendo stato il dottore ad indurre la computazione, da fuori, non può essere stata la coscienza del paziente. L’emozione deve quindi essere il prodotto della computazione, non la causa.

    By Maurizio Colucci on Dec 18, 2007

  15. Quando sei morto, non avendo tu un cervello che possa effettuare una computazione, non puoi avere coscienza… c’e’ scritto questo… peccato che oramai sia stato provato da studi inglesi e olandesi (cito questi) che nei casi di OBE la coscienza dell’individuo continua a ”lavorare” per diversi minuti (anche decine) anche con cervello completamente spento e completamente privo del minimo segnale elettrico… quindi questa frase della computazione la trovo completamente sbagliata… piu’ che altro e’ il cervello che senza una coscienza non puo’ esistere

    By Stefano on Jan 11, 2008

  16. per Maurizio: quello che fa il dottore non e’ altro che mandare delle interferenze al cervello, che non e’ altro che uno strumento che serve alla coscienza per manifestarsi in ”questa realta”’… ti faccio un esempio… prendi una radio, questo e’ il mezzo che serve alle onde radio per farsi sentire (per manifestarsi) alla gente…. io ‘’scienziato” avvicino alla radio un telefonino… ecco che il segnale radio (che intenderebbe la coscienza) diviene disturbato (coscienza alterara)… non e’ il segnale radio ad essere alterato, ma e’ la radio (ovvero il computer) ad avere il problema… posso anche distruggere la radio (cervello morto), ma il segnale radio e’ sempre li, continua ad operare nonostante tutto…. lo scienziato, almeno ora puo’ capire come funziona il cervello (radio), non la coscienza (onda radio)…

    By Stefano on Jan 11, 2008

  17. Mi limito a notare che l’evidenza citata prova soltanto che esistono delle correlazioni costanti tra coscienza e cervello. Basta leggere Malebranche per sapere che una correlazione costante non presuppone necessariamente un rapporto di causa-effetto, quindi la cogenza della conclusione va un po’ a farsi benedire.
    Aggiungo anche una domanda: finchè l’uomo vive come si caratterizza la coscienza sul piano epistemologico e ontologico? Almeno en passant sarebbe stato utile affrontare il punto, altrimenti tutto resta un po’ ambiguo :)

    By Lit on Jan 11, 2008

  18. @Stefano: sarebbe interessante avere qualche link che illustri a chi non li conosce (me per esempio), gli studi che citi.

    @Lit: qualunque sia la risposta alla domanda che aggiungi, ciò che conta al fine di stabilirne le sorti, è come si caratterizza la coscienza dal punto di vista scientifico. Ovvero, è individuabile una grandezza fisica mediante la misura della quale si possa affermare: quì (in questo punto dello spazio) c’è coscienza e qui no?

    By NonLineare on Jan 12, 2008

  19. NonLineare: Non conduco nessun tipo di studi… non c’e'bisogno di uno scienziato per capire che l’esempio che ho fatto, seppur strano come esempio, e’ perfettamente esatto… e poi scusa, se hai tempo leggi cosa fanno persone del calibro di sam parnia, o peter fenwick… di tutto cio’ che i pazienti raccontano di aver visto a cervello completamente spento, nel quale non c’era assoluta traccia di elettricita’… o dimmi che trucchi usa brian weiss nelle sue ipnosi regressive quando i loro pazienti raccontano di vite precedenti con dettagli PERFETTI… parlano adirittura in lingue diverse dalla loro, ricordano alla perfezione posti mai visti…tante cose che se le vai a studiare non puoi dire altro che come unica spiegazione c’e’ quella della coscienza che non puo’ cessare di esistere… provami scientificamente che tutti gli individui sopra citati dicono delle cavolate

    By Stefano on Jan 13, 2008

  20. @NonLineare: il problema è che leggendo la citazione otteniamo le seguenti informazioni:
    - la coscienza è la “capacità” di provare “emozioni soggettive”
    - la coscienza è il “prodotto” del cervello e le emozioni sono “indotte” dal variare dello stato del “cervello”
    - si verifica la correlazione soltanto dal comportamento del soggetto sottoposto ad un test

    Termini come “prodotto” e “induzione” rimandano ad una distinzione ontologica (tipo res cogitans vs res extensa).
    In questo caso sul piano epistemologico la coscienza può:
    - sparire, se si riduce a non-sense, errore linguistico, tentativo di parlare di ciò di cui si deve tacere
    - rimandare ad una conoscenza non scientifica
    Ma comunque la grandezza che cerchi è per principio introvabile.

    D’altra parte l’uso di “capacità” e le modalità della verifica della correlazione rimandano piuttosto alla tradizione comportamentista (l’ilarità *è* il fatto di ridere) e quindi all’identificazione ontologica.
    In questo caso il comportamento stesso è la grandezza misurabile e in ultimi analisi parlare di coscienza è inutile.

    Ne segue che la tua domanda ha due possibili risposte, drammaticamente opposte. E solo un chiarimento esplicito o un linguaggio più preciso possono dirci a quale pensava l’autore e risolvere altri dubbi simili.

    By Lit on Jan 15, 2008

  21. @Lit: che ci possa essere -ci sia- un problema di definizione, è fuori discussione, lo stesso problema esiste in materia di definizione dell’intelligenza. Una volta definito cosa è, per poter poi rispondere scientificamente alla domanda -muore il cervello, muore la coscienza?- occorre poter misurare qualcosa. Oggi non c’è nulla da misurare. Oggi, ho idea che non ci sia risposta scientifica.

    @Stefano: non conosco gli studi che citi, anche conoscendoli credo che al massimo potrei esprimerti un’opinione.

    Grazie per il contributo.

    By NonLineare on Jan 15, 2008

  22. Riguardo ciò che la scienza ha da dire sulla coscienza stai facendo confusione. La “coscienza” di cui parla la scienza è piuttosto la “consapevolezza”. Mentre la “coscienza” religiosamente intesa è sinonimo di “anima”.
    La Scienza sull’anima non ha detto nulla di scientificamente sensato, e molto poco ha ancora da dire.
    La consapevolezza di un sistema (biologico oggi, domani forse artificiale) è la capacità che ha quel sistema di gettare uno sguardo su sè stesso, di diventare consapevole della differenza tra il sè e l’altro, cioè l’ambiente in cui si trova. Questo è tutt’altra cosa dal concetto di “anima” come entità spirituale che sopravvive alla morte biologica.

    By Stefano on Jan 17, 2008

  23. Un chiarimento: Il mio commento qui sopra si riferisce alle osservazioni di Il Lume Ritrovato citato nel tuo post. E’ sua la confusione, non tua.

    By Stefano on Jan 17, 2008

  24. L’aldilà non è un luogo non ha confini ne tempo, e proprio perché il nostro cervello usa matrici memoniche soggette a variazione elettrochimiche bisogna fare la distinzione tra pensiero e Anima, il primo, trae solamente delle conclusioni, l’Anima invece è quella che ci fa Amare, e ci da la capacità di creare cose mai viste, non raggiungibili con un pensiero puramente logico ed è comprovato con dei test, che segnali continuano a sussistere anche dopo la morte, questo grazie alla loro stessa provenienza senza tempo. ( Alla velocità della luce, il tempo si ferma e la dimensione si espande in modo infinito ) “Albert Einstein” Le nostre Vere emozioni a che velocità vanno ?

    By Oltre il Tempo on Aug 4, 2008

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